lunedì 4 luglio 2011

Alla fine di un giorno noioso di Massimo Carlotto

In Alla fine di un giorno noioso Massimo Carlotto ripropone dopo dieci anni Giorgio Pellegrini, il “bastardone” (definizione d’autore) protagonista di Arrivederci amore, ciao, opera molto fortunata, anche grazie al film del 2006 di Michele Soavi con Alessio Boni. Rassicuro subito chi non ha letto o visto Arrivederci amore, ciao: potete avvicinarvi a questo sequel senza vivere il disorientamento di uno spettatore che inizi a guardare Lost dalla terza puntata della quinta serie. Il romanzo ha infatti un impianto “aristotelico” con una quasi perfetta unità di azione, tempo e luogo. Siamo nel 2010 in Veneto e seguiamo linearmente la vicenda criminale di Giorgio che cerca di fregare chi lo ha fregato. Punto. Non ci sono flash-back, flash-forward, storie secondarie, deviazioni, digressioni. Manca pure, quasi completamente, il “mistero” del giallo.
Tutto è subito chiaro nei contorni generali e tutto è concentrato sul protagonista al bivio. Ciò motiva forse anche le dimensioni contenute dell’opera, che con le sue 40.000 parole si potrebbe definire romanzo breve o racconto lungo. Ho però sbagliato a usare un verbo di causa, non sono in grado di sapere cosa motiva cosa. E’ lo stile “asciutto e secco” che porta la brevità o viceversa? E' la vicenda centrata su di un singolo episodio della vita del protagonista che motiva lo stile o il contrario? Queste domande se le pone, forse in forma vaga, anche il lettore non tecnico, percependo un senso di proporzione tra le parti, una consonanza tra la voce, lo stile della narrazione e la vicenda narrata, mentre "non riesce a staccarsi dal libro". E non solo perché vuol sapere come va a finire; il piacere sta appunto in come Carlotto ti fa viaggiare fra le pagine.
Giorgio Pellegrini è pure il nostro narratore. E qui siamo noi lettori a rimanere “fregati”: il narratore e protagonista può essere un eroe negativo, un antieroe, un bandito, purché abbia sempre qualcosa di “romantico”. Se proprio non vuole rubare ai ricchi per dare ai poveri, deve almeno avere un fascinoso “codice dei criminali” (così nel noir francese, su carta e schermo, degli Anni ‘50, in Donald Westlake e in James Ellroy, in Scarface di De Palma, in Tarantino ecc.). Il criminale richiede intorno una “famiglia”, una “comunità”, quanto poi si voglia limitata e distorta; ci deve essere un socio, un figlio, una donna, almeno un cane (letteralmente). Un cattivo puramente egoista che commette crimini su crimini solo per salvare il suo didietro e non vuole bene a nessuno non è davvero figura ideale di narratore (a meno di non ucciderlo al capitolo quattro e andare avanti con la storia cambiando voce). Come fa il lettore ad “appassionarsi”? Pellegrino è infatti un abietto che compie senza alcuna remora i delitti più gravi, anche contro gli innocenti e indifesi (vende come schiave e uccide giovani donne, per dirne una), nella misura in cui ciò gli porta un utile. E Carlotto “interpreta” tale condotta come una forma di darwinismo sociale, appunto "evoluta", adatta ai tempi. Questa non è una giustificazione dal punto di vista del singolo, ma una spiegazione sociologica del delinquere, che non equivale comunque a dare la colpa alla società, genericamente.
Il romanziere salva però le cose, per l’ "emozione" e l "empatia", per la passione del lettore, mettendo il suo protagonista nella situazione sempre infallibile dell’Uno contro l’Organizzazione (per l’archetipo vedi The Hunter di Donald Westake / Richard Stark), qui attualizzata storicamente in una strana “versione 68/77”, con l’Indipendente Criminale Creativo contro gli Imprenditori del Crimine (ovvero i Crimini degli Imprenditori). In Alla fine di un giorno noioso l’Organizzazione si svela come un blocco di potere, fondato sui pilastri della politica corrotta e della 'ndràngheta. E così noi lettori fregati ci ritroviamo, incredibilmente, a “tifare” per Giorgio Pellegrini, forse peggiore di tutti gli altri come singolo, eppur migliore perché da singolo non potrà mai compiere i danni su grande scala che commette l’Organizzazione.
Non sono in grado di valutare quanto sia fondata la descrizione del criminale e criminogeno “sistema Nord Est” nel romanzo. So però che la cosa più triste - e Carlotto ne converrebbe sicuramente - rimane questa: molti a libro concluso penseranno che solo comportandosi da singoli come Giorgio o in gruppo come l’Organizzazione si riesca oggi a vivere bene, o semplicemente a vivere, nell’Italia della Crisi.

Massimo Carlotto, Alla fine di un giorno noioso, 2011, pp 177, e/o. Ora anche in tascabile a € 9,00 e in ebook Kindle a € 7,99.

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